sabato 29 novembre 2008

Il tempo dell’attesa

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DI GIACOMO BABINI
VESCOVO EMERITO DI GROSSETO
Domenica 30 novembre, Prima di Avvento
L'avvento è il tempo nel quale la Chiesa ci insegna a saper attendere nel raccoglimento, nella preghiera e nella carità. In questo tempo di silenzio possiamo fissare nei nostri occhi e nel nostro cuore la Sua fisionomia ed essere pronti a riconoscerlo e ad accoglierlo quando arriverà.Segue..... .Vangelo: Vegliate.
L’Anno liturgico inizia con la chiamata del Vangelo ad essere vigilanti, perché il tempo della venuta del Signore non lo conosciamo. Il Natale sta fermo e sicuro, nella storia, ma non la venuta del Signore nel nostro vivere e morire, nel vivere e finire della Chiesa.

Anche nel nostro tempo ci sono forti motivi per vigilare. E veglia davvero chi accoglie la verità del Vangelo, l’autorità dei comandamenti e non si fa offuscare la mente dalla notte dello spirito. Ora più che mai c’è la notte della verità per cui tutto è vero e allo stesso tempo tutto è falso: sembra che il Vangelo non valga più della nostra opinione. Ce la notte dei sentimenti, la crisi delle famiglie per la incapacità di distinguere tra il bene dell’amore fedele ed il peccato del tradimento. C’è la notte dei valori che non sono più compresi da menti dipendenti dalle droghe, dall’alcol, dalla abitudine al vizio con cui si convive fino dalla prima adolescenza. A questa gente frastornata si rivolge l’invito deciso dell’evangelista. Vegliate! Svegliatevi!

Siamo tutti chiamati alla responsabilità per i beni del Signore. Ognuno ha il suo compito battesimale in quella realtà salvata che aspetta il ritorno definitivo del Suo Signore. Pertanto la Chiesa nel suo insieme è la sentinella che deve tenere tutti attenti. Però ciascun cristiano ha un compito particolare per il bene comune: «Siate dunque vigilanti: lo dico a tutti». Il lavoro affidato deve essere fatto. Si tratta di beni non nostri ma del Signore. Non ci serve un regno qualsiasi, ma il Regno di Dio.

II Lettura: Una attesa non passiva.
La seconda lettura riporta una esortazione di Paolo ai corinzi per ricordare loro che hanno avuto la grazia di aderire a Gesù in tutta coscienza perché ne hanno riconosciuto la verità, la rispondenza a quanto le Scritture avevano detto di Lui, e la serietà del suo messaggio che li aveva aiutati a superare le superstizioni e le idolatrie pagane. «La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi saldamente». Manca soltanto di conoscere quando e come completerà il suo disegno e porterà a compimento la speranza che ha acceso nel nostro cuore.

L’attesa del suo ritorno non può essere una attesa passiva, ma una attesa nella quale avremo tutto il suo aiuto per perfezionare la comunione di vita con Lui e tra di noi, in modo che al suo ritorno glorioso non lo troveremo diverso da come lo abbiamo amato e seguito. Il nostro operare sarà secondo il bisogno dei nostri fratelli e sorelle ai quali ci rivolgeremo con la sicurezza della fede, con la forza della ragione e con lo stupore sempre più grande per le sue meraviglie, con l’animo del Magnificat di Maria. Questi mezzi di intervento ce li ha dati in dono, non possono rimanere inutilizzati. Egli non è lontano, ma agisce con noi sino alla fine del tempo.

I Lettura: «Se tu squarciassi i cieli e discendessi»
La prima lettura è il lamento doloroso di un popolo che riconosce il proprio peccato e teme di essere abbandonato per sempre. «Perché ci lasci vagare lontano dalle tue vie e permetti che si indurisca il nostro cuore?» È un lamento a Dio, non una accusa a Lui, perché i suoi comandi potrebbero prevenire lo stato di cui ci lamentiamo, se li osservassimo. Ci siamo perduti nelle nostre questioni lontano da lui. Addirittura gli proibiamo di intervenire nei fatti della nostra società. Pertanto non possiamo dare colpa al Signore per il nostro stato. Vediamo in certi momenti che «la nostra giustizia», il nostro meraviglioso progresso è «un panno immondo», la presunta fioritura della nostra civiltà è «fogliame appassito, trascinato dal vento», cosicché a coloro che ancora sanno di Dio e della sua fedeltà, resta solo un grido: «Se tu squarciassi i cieli e discendessi!» Pensa a noi nonostante la nostra ingratitudine. Pensa a noi: «siamo opera delle tue mani». Siamo argilla che (Tu) il vasaio può sempre modificare.
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martedì 25 novembre 2008

Appello del vescovo per riaprire la basilica di San Domenico

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domenica 23 novembre 2008

Cristo Re: Un solo Pastore e un solo gregge

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Domenica 23 novembre, Cristo Re. Nella vita attraverso il tempo, grano e zizzania sono cresciuti insieme. Buoni e cattivi spesso si sono mescolati. Per riconoscerli bisognava entrare nel loro cuore, ma questo non è possibile all’uomo. L’umanità dopo molto ondeggiare nel tempo, esprime compitamente la sua unità di fronte a Cristo Signore del cielo e della terra.


DI GIACOMO BABINI
Vescovo emerito di Grosseto
Segue..... .1. Vangelo: «Ero affamato e mi avete dato da mangiare»
Alcune parti della liturgia, come ad esempio il Prefazio, descrivono con solennità, in questa ultima domenica dell’Anno della Chiesa, il regno universale di Gesù. Le letture invece presentano come in un grande scenario in movimento, il compiersi dell’opera del Redentore. Egli ci appare come il Re dell’umanità sotto il cui sguardo tutte le persone possono trovare il loro habitat naturale.

Il grande quadro è attraversato da due motivi. Il primo è che tutto quello che noi facciamo di bene oppure di male al più piccolo dei suoi e nostri fratelli lo facciamo a Lui stesso.

Il secondo deriva direttamente dal primo perché se quello è il criterio fondamentale ne deriva anche una netta divisione tra gli uomini: chi gli obbedisce e chi non gli disobbedisce; una destra e una sinistra, una eterna premiazione ed una eterna punizione.

Egli è il Re nella solidarietà verso tutta l’umanità a cominciare dagli ultimi e noi possiamo trovarlo sempre la dove questi si trovano. Ogni uomo o donna che da Lui dovrà essere giudicato dovrà fermarsi a meditare su questo fatto che può accadere nella nostra vita ogni giorno: quando incontriamo un miserabile, incontriamo in quella persona, colui che ci giudicherà. «Tu devi spezzare il pane agli affamati, accogliere i senzatetto, vestire i nudi, e non disprezzare la tua propria carne». (Is 58,7).

Seconda Lettura: Sarà vinta ogni negazione di Dio
La descrizione finale della seconda lettura mostra il dominio universale del Figlio di Dio, fattosi presente attraverso il tempo nella storia di tutti gli uomini, e afferma con sicurezza anche che avverrà la sottomissione di ogni potenza avversa a Lui. Quando consegnerà l’opera compiuta al Padre, non porterà con sé nessun ribelle contro Dio. Il brano risponde in particolare alle domande insistenti dei corinzi sugli ultimi giorni e sulla resurrezione dei morti, ma la risposta prende spunto da diquelle domande, per rassicurare tutti coloro che nella storia continueranno a porsi lo stesso problema. Il Cristo risorto che invia gli apostoli nel mondo, che atterra e cambia l’animo di Paolo, è la risposta esauriente. Mentre Adamo aveva condotto l’umanità lontana da Dio, alla morte, Gesù la riconduce alla vita, vincendo tutti gli ostacoli compresa la morte che annienterà riprendendosi la propria vita dopo i tre giorni del sepolcro. Egli cammina alla testa di coloro che salgono verso il Padre. Introdurrà nel regno del Padre coloro che lo avranno seguito. Allora apparirà la pienezza del regno perché Dio sarà tutto in tutti.

Prima Lettura: Rimarrà fuori chi si ostina a rifiutare l’invito.
I re d’Israele hanno condotto il loro popolo alla catastrofe, tanto è vero che ora il Profeta soffre e prega con gli Israeliti coi quali condivide la deportazione a Babilonia. Per rincuorarli annuncia che un giorno verrà un nuovo vero pastore il quale guiderà il suo popolo sulla buona strada. Quello che colpisce nella descrizione di Ezechiele è la misericordia di questo nuovo Pastore che sì, giudica fra pecora e pecora, fra montoni e capri, ma dimostra tanta compassione per la condizione di sofferenza nella quale tutto il gregge è venuto a trovarsi. «Le radunerò da tutti i luoghi dove erano state disperse; le condurrò al pascolo e le farò riposare. Andrò in cerca di quella ferita e curerò quella malata; avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia».

Questa descrizione della ricerca appassionata che la Chiesa fedelmente crede e ripropone attraverso i secoli ad ogni persona, dovrebbe consolare il cuore di tutti specialmente di chi sente il bisogno del perdono e sente rifiorire la speranza.

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lunedì 17 novembre 2008

Sacramento della Confermazione a 16 giovani della Parrocchia

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Cresima 2008
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sabato 15 novembre 2008

Ritiro Cresima 2008 - a Cenina i Protagonisti

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Ritiro Cresima 2008
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venerdì 14 novembre 2008

Spettacolo di Magia

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Il metodo del servo buono e fedele

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16 novembre, 33ª domenica del Tempo Ordinario. E' il Vangelo del rendiconto, però in tutto il contesto delle letture della domenica corrente, questo nostro dovere è soprattutto un metodo di lavoro: il metodo del servo buono e fedele.Segue..... .

DI GIACOMO BABINI
Vescovo emerito di Grosseto
Vangelo: Le capacità donate alla persona.
Si tratta del Vangelo della resa dei conti. Il Creatore alle sue creature, il Redentore ai suoi figli redenti, hanno affidato dei talenti. A ciascuno talenti particolari secondo la sua vocazione e il suo compito, pertanto per un rapporto personale con il Donatore. Possono essere beni materiali, capacità spirituali, responsabilità fraterne. Sono dati alla persona non per un suo autosviluppo, ma per usarli nel campo del Signore. Il padrone se ne va e noi rimaniamo con la responsabilità far fruttare i talenti avuti. Sono talenti legati alla nostra persona, non possiamo passarli ad altri, non possiamo con essi comperare qualcosa. Ci sono stati dati perché proprio noi dobbiamo usarli per produrre qualcosa di utile. Il servo fannullone ha paura. Non si accorge che nella essenza del dono c’è il dovere di utilizzarlo al meglio. Anziché mettersi a lavorare di buona volontà, nasconde il talento sotto terra e si mette a preparare la giustificazione, per quando tornerà il padrone, cadendo in contraddizione: «Tu sei uno che mieti dove non hai seminato».
Il dono oltre il suo valore interno, è una cosa viva che significa affetto e responsabilità. Dato a noi che siamo vivi, deve crescere e non lo si mette sotto terra come le cose morte. Ai servi invece che gli consegneranno anche il frutto del dono concede una incalcolabile fecondità.

II Lettura: «Sempre pronti».
Paolo ci avverte che non dobbiamo indugiare nel nostro agire. Perché il giorno del rendiconto è ignoto e potrebbe arrivare da un momento all’altro. Noi non viviamo nel buio, nel tempo in cui è permesso il sonno. Siamo "figli del giorno" tempo in cui si deve lavorare. Non so se questo discorso riescono ad accettarlo quegli sfaccendati che strapazzano da un locale all’altro la notte, per poi sonnecchiare tutto il giorno seguente. A volte cercano di costruirsi umanamente "pace e sicurezza" in cui si possa oziare e dormire. Ma la nostra esistenza temporale non consente queste assicurazioni. Proprio quando ci si culla nella nostra sicurezza viene d’improvviso la rovina. La pace non si concede da sé. E’ raggiungibile sulla terra soltanto se il tempo è vissuto sobriamente, come appunto il tempo operoso per cui siamo sempre pronti a tutto.

Quando ero ragazzo mi raccontavano che fu fatta questa domanda a S. Luigi Gonzaga mentre stava giocando con i suoi amici: «se ti dicessero che tra un quarto d’ora morirai, cosa faresti?» E lui rispose tranquillamente: «continuerei a giocare».

I Lettura: Esemplarità di Maria per tutta la Chiesa.


Il modello di un simile impegno ce lo mette davanti la prima lettura nella figura della donna forte. Il cristiano in questa lavoratrice modello penserà subito a Maria.

Dio le può affidare tutti i suoi beni e non gli mancheranno certo i frutti. Si è concepita come la serva di Dio ed il suo servizio non avrà pause. Dopo il sì iniziale diventa logica la sua disponibilità a tutto: alla incarnazione, alla fuga in Egitto, alla libertà assoluta del Figlio, alla croce, alla sua compagnia attenta e premurosa per gli apostoli, gli amici del Figlio, e poi al servizio della Chiesa. In mezzo a tanti peccatori essa è non si smentisce mai; è senza difetto; senza macchia né ruga. «Lodatela per il frutto delle sue mani». Ci dà una grande speranza: «Apre la sua mano al misero, stende la mano al povero».

Concludiamo con una preghiera «O Padre che affidi alle mani dell’uomo i beni della creazione e della grazia, fa che la nostra volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza. Rendici sempre operosi e vigilanti nell’attesa del tuo ritorno, nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli e così entrare nella gioia del tuo regno».
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giovedì 13 novembre 2008

Domenica 16 novembre alle ore 11.00 Cresime in Parrocchia

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Domenica 16 novembre alle ore 11.00, nel corso della celebrazione eucaristica presieduta da Don Alessandro nostro Parroco, sarà amministrata la S. Cresima a ben 17 giovani. E’ motivo di grandissima gioia per noi in quanto per la Prima volta nella storia della nostra Parrocchia i cresimandi riceveranno il Sacramento da Don Alessandro che da qualche mese ha ricevuto l'incarico di Vicario Vescovile per la zona del Casentino. Altresì va rimarcata la forte e costante partecipazione di questi giovani al corso di preparazione con i loro catechisti Fabio, Luca e Roberto. Continua...

sabato 8 novembre 2008

Il nostro impegno: vivere ogni giorno la fede in Cristo.

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Si riparte da una domanda fondamentale, una domanda che viene da Gesù: «E voi chi dite che io sia?». È questo il versetto (tratto dal vangelo che accompagnerà il prossimo anno liturgico, quello di Marco) che guiderà le attività dell’Azione cattolica nel 2008-2009. Un anno dedicato a fare il punto sul proprio incontro personale e comunitario con il Signore. Come ogni anno, i soci dell’associazione vivranno il cammino dell’Ac seguendo un itinerario articolato.
Cercherò di introdurre una piccola riflessione che vorrebbe stuzzicare quella curiosità acuta e appassionata che non deve mai difettare quando ci dedichiamo a riflettere su un brano di vangelo conosciuto quasi a memoria, come il versetto-slogan di questo anno. Da qualche mese abbiamo la possibilità, nella liturgia della Parola, di avvalerci della nuovissima traduzione della Conferenza episcopale italiana, approvata da noi vescovi italiani qualche anno fa, per averla voluta e averla trovata più aderente all’originale greco di quella precedente cosiddetta di Gerusalemme. Se ora mettiamo in parallelo le due traduzioni dell’odierna sequenza evangelica, troveremo che l’unica differenza è costituita da una sola paroletta: un semplicissimo «ma». Mentre nella Bibbia di Gerusalemme, Gesù, rivolgendosi ai discepoli, avrebbe domandato: «Voi chi dite che io sia?», nel nuovo lezionario il testo greco soggiacente è reso in modo senz’altro più fedele: «Ma voi chi dite che io sia?». La differenza, per quanto minuta, ritengo non possa essere minimizzata.
Segue..... .In effetti quel giorno Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, all’estremo nord della Galilea, condusse il più celebre sondaggio di opinioni di tutti i tempi. In prima battuta pose una domanda pressante e stringente ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo». È ovvio: il maestro non è affatto in vena di misurare il livello della sua audience; vuole piuttosto verificare quanto i discepoli hanno colto della sua autentica, misteriosa identità. In effetti i dodici ne hanno sentite di tutti i colori sul loro maestro, un rabbi tanto popolare e altrettanto chiacchierato. Un personaggio alla ribalta, un «vip» diremmo oggi, ma sempre ricondotto dall’opinione pubblica dentro schemi comuni, legati al passato: al massimo un profeta redivivo.
Poi lo scatto a bruciapelo, con quella domanda fulminante. Un contropiede sbalorditivo che spiazza tutti: «Ma voi chi dite che io sia?». Con quel «ma» Gesù stacca decisamente i suoi dalla massa perennemente fluttuante, come a dire: Ma voi non la penserete mica come la gente? Il maestro provoca i suoi ad una risposta che dovrà essere un "ma" rispetto a quella della gente, come i pensieri di Dio e le sue vie sono un "ma" netto e non negoziabile rispetto ai pensieri e alle vie dell’uomo (cfr. Isaia 55,8). Insomma Gesù si aspetta dai suoi una risposta alta e altra rispetto a quelle, tutto sommato, dette e ridette nella babele dell’opinione pubblica. In effetti la risposta di Pietro va in controtendenza, un vero salto mortale nel mistero: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Simone-Roccia non coglie solo la straordinarietà di Gesù: capta la sua irriducibile unicità, non certo per forza di carne e sangue ma per una gratuita, improvvisa, imprevedibile illuminazione dall’alto.
«Immaginiamoci l’umanità come una grande piazza dove tutti si arrabattano a costruire delle specie di scale per andare su, a vedere cosa c’è al fondo delle cose e alla loro origine. Immaginiamo che improvvisamente avvenisse una cosa straordinaria, un uomo che in mezzo a tutta la gente, osa dire: "Io sono la via, la verità, la vita". Un avvenimento imprevedibile, non deducibile dai fattori antecedenti. (…) Se avvenisse un uomo così? È avvenuto. (…) Ecco, chissà come faceva: era eccezionale! Badate che il nostro cuore, fatto per l’infinito, ha bisogno dell’eccezionale per poter respirare, per poter resistere, per poter vivere veramente, ha bisogno dell’eccezionale. (…) Ma era così straordinaria l’eccezionalità di quell’uomo, che tutto quel che sapevano si consumava, non rispondeva: era veramente misterioso, era un mistero».
La nostra vita dovrebbe essere una risposta d’amore alla domanda del Signore: «Ma voi chi dite che io sia?». Solo Cristo dà senso a tutto nella nostra vita. Per questo tengo lo sguardo della mia vita e del mio cuore verso Cristo. Il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo. Il cristianesimo è un incontro, una storia di amore.
Il contenuto fondamentale del nostro impegno è innanzitutto vivere la fede nell’amicizia con Dio che si esprime nell’amicizia con coloro che si sentono afferrati da Cristo. L’Azione cattolica è un luogo dove si può realizzare questo.


don Alessandro Milani * assistente generale di Acr
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venerdì 7 novembre 2008

Un edificio che significa la presenza di Dio in mezzo a noi

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DI GIACOMO BABINI
VESCOVO EMERITO DI GROSSETO
Domenica 9 novembre, Dedicazione della Cattedrale Lateranense. Per l’apertura di una nuova casa si invitano gli amici a pranzo per condividere la gioia di chi ha ormai una propria dimora L’edificio materiale rimanda alla realtà spirituale della famiglia. Nella storia del popolo di Dio, una costruzione in modo particolare, ha sempre avuto un senso profondo: il Tempio. Attraverso questo luogo, Israele ha affermato la propria identità. Inoltre vedeva in esso il centro dell’universo intorno al quale si sarebbero radunati tutti i popoli della terra. Vi riconosceva soprattutto l’abitazione del suo Dio.
Il Tempio, divenuto un amuleto, fu definitivamente distrutto. Gesù si è posto come nuovo Tempio, vera dimora di Dio. Ha anche fatto capire che la comunità unita intorno a lui, diventava anch’essa, casa del Signore.Segue..... .I cristiani hanno costruito chiese. Ma esse hanno senso solo perché rimandano alla Chiesa, Corpo del Cristo animata dallo Spirito. Tutti i popoli dell’universo sono invitati a unirsi alla festa di questa famiglia. Celebrando il ricordo della dedicazione della prima cattedrale di Roma, celebriamo di fatto la Chiesa universale, nell’attesa della «Gerusalemme Celeste», dimora definitiva di Dio in mezzo agli uomini. Le letture di questa festa riportano episodi biblici estremamente importanti per capire il significato delle nostre chiese e la cura e l’affezione che dobbiamo avere verso di esse.

Vangelo: «Ogni battezzato è tempio di Dio»
Il Vangelo riporta il dialogo di Gesù con la Samaritana al Pozzo di Sicar. L’evangelista Giovanni si trattiene a lungo su quel dialogo nel quale Gesù dice cose importanti non solo per quella persona che ha avuto la grazia di incontrare Gesù e di convertirsi, ma per tutti i convertiti che dal momento della loro rinascita in Cristo sapranno vedere le cose di questo mondo come un segno dello Spirito Creatore di Dio. Anche il Tempio, anche la Cattedrale, vanno visti come segno della vera presenza di Dio nel Mondo che è L’umanità di Cristo: «Credimi donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre… Quelli che lo adorano devono adorarlo in Spirito e verità».

S. Agostino scrive: Fratelli carissimi, ogni volta che celebriamo la festa di un altare o di una chiesa, se lo facciamo con fede e zelo, e se poi viviamo con santità e giustizia, tutto ciò che si verifica in questi templi fatti da mano d’uomo si realizza in noi tramite un’edificazione spirituale. Infatti non mente colui che dice: «il tempio di Dio è sacro, e questo tempio siete voi», e ancora: «Forse non sapete che il vostro corpo è un tempio dello Spirito Santo che abita in voi?».

II Lettura: Segno e fonte della grazia.
È uno splendido brano della I lettera di S. Pietro dove si immaginano tutti i credenti come pietre viventi, organizzate attorno a Cristo, la pietra angolare scartata dagli uomini, ma cara al Padre perché, assieme a tutti i credenti, forma l’organismo vitale che in terra testimonia la gloria di Dio e diffonde la luce per la vita delle nazioni. Possiamo rinnovare sempre questa visione e riviverne riviverne il clima nella Messa Crismale del Giovedì Santo, quando la Chiesa rinnova l’offerta del Pane di Vita, la promessa di fedeltà, e tutto l’organismo ecclesiale attraverso il quale durante l’anno liturgico porterà novità di vita eterna alla società degli uomini.

I Lettura: O Dio del Cielo, ascolta e perdona.
Si legge nella prima lettura la preghiera di Salomone per la dedicazione del Tempio di Gerusalemme. Siamo ancora lontani da Cristo, ma la preghiera del giovane re è già illuminata dallo Spirito di Dio: «I cieli dei cieli non ti possono contenere e tanto meno questa casa che ti abbiamo edificato. Ma tu mantieni l’alleanza e la misericordia con i tuoi servi che camminano davanti a Te con cuore indiviso». Questo ricordava il tempio ad Israele. La Chiesa universale, e materialmente anche la Cattedrale Diocesana, la Chiesa Parrocchiale, quindi è la casa dei fedeli, il segno pubblico della nostra appartenenza a Cristo che, con il suo esempio e la sua parola, nutre di un cibo soprannaturale, la vita e la speranza di coloro che si affidano a Lui.
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mercoledì 5 novembre 2008

...CI BASTI TU! Festa del Ciao

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Carissimi,

come ogni anno che si rispetti vogliamo iniziare il nostro cammino ritrovandoci tutti insieme alla prossima FESTA DEL CIAO che si terrà DOMENICA 9 NOVEMBRE 2008 presso i locali parrocchia di San Marco alla Sella - Arezzo, il cui titolo è davvero un programma: ...CI BASTI TU!

E' un'occasione che vogliamo cogliere col respiro diocesano, invitando non solo i ragazzi, gli Educatori e gli Animatori, ma anche i Giovanissimi - per i quali ci sarà un momento parallelo alle attività del mattino -, i Giovani ed infine gli Adulti - protagonisti, questi ultimi, di un incontro pomeridiano.

Ecco gli orari:

ORE 9.00 Arrivi ed accoglienza

Ore 10.30 Inizio delle attività

Ore 12.00 S. Messa

Ore 13.00 Pranzo al sacco

Ore 14.00 Gioco

Ore 15.00 Incontro con adulti e genitori sul tema: BENI COMUNI: ACQUA, ARIA, TERRA, AMBIENTE...CI BASTERANNO!

Ore 16.00 Merenda condivisa (ciascuna zona diocesana porterà qualcosa!) e salutissimi

Intervenite numerosissimi!!!

Scarica il volantino della festa in formato PDF

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martedì 4 novembre 2008

La Comunità Casentinese in Lutto per La scomparsa del Sindaco di Talla

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La parrocchia di Rassina si unisce al dolore della famiglia Farsetti per l'immatura scomparsa dell'ing. Gilberto Farsetti Stimato Sindaco di Talla dal 2001. Continua...

lunedì 3 novembre 2008

“Le Parole e il Silenzio” sabato a Romena

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Una campionessa di karate che si realizza come sorella francescana, un politico di lunga data che ritrova se stesso viaggiando, zaino in spalla, tra il Sudamerica e l’Antartide, un fisioterapista affermato che ritrova un contatto profondo con il suo lavoro e la sua vita trasferendosi per tre anni in Africa. Sono queste le tre storie attraverso le quali si svilupperà l’incontro dal titolo “Ritirarsi, ritrovarsi”, in programma sabato 8 novembre, ore 16.30, alla Pieve di Romena (Pratovecchio, Arezzo), nell’ambito del ciclo “Le parole e il silenzio” organizzato dalla Fondazione Giuseppe e Adele Baracchi.
Segue..... .Al cuore della conversazione le testimonianze di Elena Tuccitto, Tito Barbini, e Wolfgang Fasser. Tre storie molto diverse, le loro, unite però da una caratteristica: tutti e tre hanno sperimentato un cambiamento radicale di vita, un ritirarsi dal ruolo sociale sul quale avevano basato le loro sicurezze, per dedicarsi a attività estremamente diverse e, grazie a questo, il ritrovarsi, riuscendo a comprendere meglio il senso della propria missione di vita.
Elena Tuccitto, casentinese di Bibbiena, era una campionessa di karate al culmine della carriera (aveva anche conquistato un titolo mondiale): ma a un certo punto della sua vita ha sentito forte la spinta della vocazione, ed oggi vive a Cella di Noceto (Parma), in una delle comunità della Fraternità Francescana di Betania.
Tito Barbini, dopo 35 anni di impegno nel mondo della politica (è stato, tra l’altro, sindaco di Cortona, presidente della provincia di Arezzo e, per 15 anni, assessore regionale) ha deciso di ricominciare dai sogni di ragazzo mettendosi in viaggio, zaino in spalla sulle strade dell’America Latina, e arrivando anche a esplorare l’Antartide.
Wolfgang Fasser, fisioterapista e musicoterapeuta non vedente, ha rimesso in gioco i traguardi professionali raggiunti in Svizzera e, in Africa, nel Lesotho, ha reimpostato la sua vita (attualmente vive a Quorle, vicino a Poppi) basandola sul valore di una assoluta semplicità nell’armonia della natura.
L’incontro guidato dai giornalisti Massimo Orlandi e Paolo Ciampi, è il quinto e ultimo capitolo per il 2008 del percorso itinerante di incontri “Le parole e il silenzio” : un percorso di incontri e di riflessioni su alcune parole chiave del nostro presente, che si sviluppa in alcuni dei luoghi più suggestivi del Casentino.
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sabato 1 novembre 2008

Domenica 2 novembre, commemorazione di tutti i fedeli defunti.

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Nel clima festivo di questa domenica campeggia un tema del quale si parla in letture bibliche diverse in ciascuna delle tre celebrazioni eucaristiche consentite. Le nostre riflessioni non si ispirano particolarmente ad uno degli schemi proposti, ma intendono orientare la nostra preghiera per i defunti.
Segue..... .DI GIACOMO BABINI
Vescovo emerito di Grosseto
La grande preghiera per i morti
Ci riuniamo nelle Chiese, nei cimiteri con il proposito di consolare ed essere consolati dai nostri morti, coloro cioè che ci hanno preceduti in questo destino comune «in signo fidei et dormiunt in somno pacis».

Man mano che il nostro spirito cristiano si apre alla realtà dei defunti, si profila anche uno scenario grandioso: fratelli di ogni tempo, popolo e nazione. Sconcerta un pò, nel pensare i nostri cari che vorremmo intimamente tutti per noi, partecipi invece di questa assemblea sconfinata che sembra renderli anonimi È il Regno di Dio nel quale il numero non impressiona perché «come il cielo sovrasta la terra, così i pensieri di Dio sovrastano i nostri pensieri», ma sono i pensieri di Dio Padre il quale conosce ed ama e chiama per nome ogni figlio. Allora l’orizzonte si articola ancora, e sentiamo doverosa la preghiera per gli altri defunti, a cominciare dalle vittime delle guerre, dell’abbandono, delle miserie umane alle quali poco è stato raccontato della bontà e della bellezza di Dio. E la nostra preghiera si fa preziosa perchè sembra ingrandire se fosse possibile, il disegno della salvezza universale del Padre, con la nostra minuscola partecipazione.

La lampada che dissipa le tenebre
Sappiamo tutti che non c’è condoglianza che ci possa consolare soprattutto quando pensiamo alla morte solo in termini terreni. Addirittura preferiamo che non ci sia ricordato quel momento perchè ciò che avviene con la morte e dopo la morte, ci atterrisce. Le conoscenze umane, in proposito, non ci dicono nulla: e generano soltanto smarrimento, fantasie, sconforto. Perciò non bastano inostri limitati sentimenti a commemorare degnamente e pienamente i nostri defunti. Occorre ben altro: ed ecco la lampada della nostra santa Religione venirci incontro per illuminarci, guidarci ed indicare, in ogni momento, quel che si deve pensare e compiere dinanzi al trapasso della esistenza dal tempo all’eternità. Non che questa lampada possa dissipare, tutte le tenebre. San Paolo ci ricorda che noi, adesso, vediamo come per riflesso, «in aenigmate».

Nondimeno quel che la Religione ci fa intravedere per il dopo è tale da darci grandi certezze, alimentate e sorrette dalle tre virtù teologali, la fede, la speranza, la carità. Pertanto la nostra comunione con il Regno di Dio deve rendere fruttuosa la vita in questo mondo. Una vita nella carità perché il nostro atto di amore faccia brillare un raggio di luce nel vuoto di tante anime; una vita di fede alimentata dal pane di Vita che è l’Eucarestia; una vita purificata dal sacramento della penitenza; una vita di speranza che renda lieti e laboriosi i nostri giorni.

A immagine e somiglianza di Dio
La speranza dunque non è un desiderio debole o forte del cuore; non è un bisogno di immortalità, che pure Dio ha stampato nella coscienza dell’uomo difficilmente rassegnato di fronte all’abisso del nulla. No, la speranza ha una roccia, una solida roccia, su cui sta saldo il senso di ogni vita umana: «Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza». La speranza è l’ostinazione salvifica dell’amore del Padre. La speranza è l’obbedienza perfetta del Figlio, la sua volontà di non perdere nulla e nessuno. È l’abbandono fiducioso dell’uomo nella fede. Allora la speranza può vincere la tristezza e diventa dialogo con il mondo dell’invisibile, più reale di quello visibile. Diventa comunione con i nostri cari già afferrati dalla vita. Per sempre.

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Sito Internet della Parrocchia di Rassina (Arezzo)

Parroco: Don Alessandro Milani
e-mail: parocchiarassina@alice.it

Web Master: Lorenzo Ricci
e-mail: remorassina@tin.it